Movimento "dei forconi": una rivolta speciale
Nei giorni scorsi è partita dalla Sicilia una rivolta che può sembrare speciale" anche se presenta caratteristiche sociali e politiche di ordine generale.
Si sono riuniti in un fronte unitario una parte degli autotrasportatori siciliani con alcune sigle di agricoltori e di pescatori; ai manifestanti si è aggiunto un nuovo movimento con caratteri indipendentisti denominato "dei forconi" con esplicito riferimento ad un vecchio attrezzo agricolo generatore anche di fantasie "truculente".
I manifestanti hanno bloccato per una settimana la Sicilia, impedendo lo sbarco dei camion dai traghetti e conseguenzialmente il movimento dei Tir nelle strade dell'Isola; hanno realizzato posti di blocco presso le raffinerie ed i caselli autostradali ed hanno inscenato proteste in tutta la Sicilia.
Le richieste degli scioperanti sono state le più varie: gli autotrasportatori protestavano contro il caro-gasolio e le elevate tariffe autostradali, gli agricoltori per la forte riduzione dei fondi comunitari e per i controlli sui finanziamenti erogati dalla Cee ed i pescatori proponevano il ripristino di alcuni tipi di pesca vietati dalle normative comunitarie (es: novellame o spadare).
Tutti insieme intendono contestare le "ingiustizie" subite dalla Sicilia e dimostrare come queste "scelte scellerate" stiano mettendo in ginocchio l'economia dell'Isola riducendo "sul lastrico" le loro famiglie.
A presidiare i posti di blocco e le azioni dei manifestanti, a quanto pare, secondo anche le dichiarazioni "coraggiose" del Presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, sono stati visti fra l'altro esponenti di organizzazioni mafiose, soprattutto nella Sicilia orientale.
E' da ricordare che la Sicilia non è nuova a queste forme di "ribellismo" che certamente ha rappresentato una componente fondamentale dell'indipendentismo siciliano; a tutto ciò si volle reagire con la concessione dello Statuto siciliano che avrebbe dovuto garantire lo sviluppo e la libertà dell'Isola. L'autonomismo siciliano sembra aver fallito i suoi obiettivi ed oggi molti si chiedono se abbia ancora ragione di esistere la specialità della Regione siciliana.
Le spinte "ribelliste e secessioniste" sono comparse ripetutamente nel corso della vicenda politica siciliana ed ultimamente sono state alla base del programma di un movimento politico "abortito", ideato da un noto mafioso.
Tutto ciò è probabilmente espressione di uno spirito "individualista" del siciliano, e del meridionale più in generale, che non crede ai grandi movimenti democratici di massa ed alle conseguenti lotte sociali ma è affascinato dalla soluzione personale dei propri problemi soprattutto nei confronti del mondo politico. Tale condizione spesso produce clientelismo e sottomissione al potere costituito (ad esempio nel Sud e, in particolare in Sicilia, esiste il più alto numero di preferenze nelle schede elettorali!).
Quando il siciliano e, più in generale il meridionale, non si sente più garantito nelle sue richieste, facilmente si abbandona alla protesta "spontanea", spesso pronta a rientrare appena si ricostituiscono gli equilibri politico-sociali. E' ovvio che tale situazione è generata da gravi responsabilità dei partiti, soprattutto di opposizione, che non sono riusciti a rappresentare un'alternativa credibile alla situazione esistente, sia come programmi che come uomini.
Ritornando alla piattaforma del movimento "eterogeneo" iniziato in Sicilia, c'è da rilevare che molte istanze dei contestatori sono di competenza dello Stato e della Comunità economica europea. La riduzione del prezzo del gasolio e dei pedaggi autostradali richiesti dagli autotrasportatori sono possibili solo con un intervento statale; il ripristino di alcuni tipi di pesca o la riduzione di controlli in agricoltura sono di competenza comunitaria.
Tuttavia i manifestanti, che hanno fatto mancare il carburante nelle pompe di benzina bloccando il traffico ed i generi di prima necessità nei mercati e nei supermercati, hanno avuto la solidarietà soprattutto da parte di esponenti politici siciliani che attualmente governano la Regione oppure hanno ricoperto incarichi di responsabilità nazionali e regionali da almeno un quindicennio.
Peraltro i leaders di questi "movimenti spontanei" sono quasi tutti personaggi con precedenti esperienze politiche nei partiti di governo o nei movimenti autonomistici ai vertici della Regione siciliana.
Tale situazione potrebbe sembrare "strana", ma non lo è, considerando la condizione economica dell'Isola e più in generale del Meridione d'Italia.
La crisi economica "morde" fortemente e, mentre al Nord pesa sull'industria e sui processi produttivi, al Sud sta producendo tagli consistenti alla spesa pubblica.
Gli autotrasportatori siciliani (sono circa 8.000 mentre dieci anni fa erano 9.500) nel solo periodo 2007- 2009 hanno ricevuto dalla Regione Siciliana 13 milioni di Euro per l'eco- bonus e 15 milioni di prestiti dalla Crias (ente economico regionale di credito alle imprese artigiane). Tali fondi regionali ora sono ridotti al lumicino.
D'altronde la Regione siciliana è in grave difficoltà soprattutto perché deve mantenere in organico 20.000 dipendenti, oltre a 100.000 precari circa, che gravitano nell'orbita regionale; il Governo regionale, simpatizzante di tale protesta, poco tempo fa, ha proposto la stabilizzazione nei ruoli della Regione di altri 1600 precari!
E' ovvio che questa "massa" di impiegati regionali costituiscono uno dei canali privilegiati per la formazione del consenso elettorale, soprattutto per i partiti di governo ed in particolar modo nei piccoli centri; è conseguenziale che il bilancio della Regione siciliana presenti annualmente un deficit "strutturale" di 2.000 milioni di Euro!
E' vero, comunque, che i trasporti nel Sud ed in Sicilia incidono fortemente sui costi dei prodotti, ma la classe politica siciliana non ha mai affrontato con decisione tale questione anche nei confronti del Governo nazionale (ad esempio la ferrovia Palermo – Messina per lunghi tratti è ancora a binario unico). Le produzioni siciliane, per raggiungere i mercati nazionali ed internazionali, debbono percorrere almeno 2.000 Km in più rispetto ai prodotti delle aree del Nord del Paese.
Analoga condizione colpisce gli agricoltori siciliani che costituiscono la spina dorsale del "movimento dei forconi". Negli ultimi anni la Regione, tramite i fondi europei, ha immesso nell'agricoltura siciliana circa 4 miliardi di euro: trattasi di somme pervenute da Bruxelles per ristrutturare le aziende agricole, per impiantare nuove coltivazioni e per produzioni biologiche.
Negli ultimi dieci anni sono scomparse in Sicilia 130 mila imprese agricole (ne rimangono in piedi appena 80mila!); i produttori agricoli, nonostante i notevoli investimenti, vendono a prezzi irrisori rispetto a quelli pagati dal consumatore finale in quanto la grande distribuzione "detta le regole" del mercato.
Fino a poco tempo fa gli agricoltori incassavano le sovvenzioni da Bruxelles e dalla Regione siciliana ma ormai tali sostegni sono finiti o sono fortemente ridotti.
Analoga situazione esiste per la pesca; la Comunità economica europea ha investito notevoli fondi in Sicilia per incentivare la rottamazione delle barche o per ridurre i periodi della pesca, imponendo il fermo biologico in alcuni mesi dell'anno per tutelare l'eco-sistema marino. Anche tale tipo di finanziamenti europei oggi sono molto ridotti o, addirittura, non esistono più.
Le proteste dei vari comparti produttivi hanno in comune la preoccupazione per una forte riduzione della spesa pubblica; a tutto ciò si aggiunge la scomparsa di un sistema "politico di riferimento" che in quest'ultimo decennio ha tutelato questi operatori.
Con motivazioni diverse anche la struttura "mafiosa" non si sente più "garantita" perché i successi delle forze dell'ordine sull' "ala militare" hanno prodotto scompensi nell'organizzazione territoriale; recentemente si sono avuti molteplici "segnali di insoddisfazione".
Pertanto è comprensibile che esponenti mafiosi abbiano interesse a "marcare la loro presenza" sul territorio per riacquistare potere e prestigio fra la popolazione; di tali "significativi apporti" dovranno tenere conto gli esponenti politici che "inneggiano" alla rivolta siciliana.
Nella protesta sviluppatasi in Sicilia si sono comunque verificati almeno due comportamenti "piuttosto strani".
I responsabili dell'ordine pubblico e le forze dell'ordine non hanno mostrato la fermezza che era lecito attendersi. L'Isola è stata lasciata in " balia" dei manifestanti senza che si sviluppasse quel tipo di azione repressiva avutasi nel corso di proteste analoghe (ad esempio gli scioperi operai o studenteschi). Tutto ciò ha permesso ai contestatori di aumentare i disagi dei cittadini soprattutto per quanto concerne la lunghezza della protesta.
E' apparso altresì curioso l'atteggiamento di una parte della popolazione siciliana che ha accettato con "supina rassegnazione" i disagi conseguenti all'azione degli scioperanti. Un gruppo considerevole di cittadini siciliani, ad esempio, si è sobbarcata lunghe code ai distributori di benzina oppure ha fatto incetta di generi di prima necessità ai supermercati senza "imprecare con forza" contro i manifestanti, così come è avvenuto nel corso di altre proteste di massa. Tutto ciò potrebbe sottintendere un assenso tacito alle ragioni della protesta ed a tutte le sue forme violente.
Lo sciopero degli auto trasportatori per il caro-gasolio, chiusa la fase calda nell'Isola, si è spostato nel resto d'Italia ed alcune frange di camionisti hanno "messo in ginocchio" il Paese bloccando i caselli autostradali e, più in generale, l'intero trasporto nazionale.
Questo mi sembra un messaggio "preoccupante" per il Governo Monti, tenendo anche conto di precedenti esperienze (basti ricordare che quasi tutte le rivolte contro un Governo "non gradito" sono partite dalle proteste degli autotrasportatori a partire dal Cile di Allende).
E' comunque grave che in Italia quasi tutto il trasporto avvenga su gomma, tanto che il 90% circa delle merci viaggia sui Tir o sui camion (ad esempio, in Germania il trasporto su gomma delle produzioni è appena del 65% circa).
Appare evidente che, come è avvenuto nell'esperienza siciliana, questo tipo di categoria di operatori economici non trova più un sistema politico di riferimento in cui si è riconosciuto negli ultimi anni. La sensazione "di abbandono" sembra estendersi ad altri settori che protestano contro alcune proposte del Governo Monti (farmacisti, notai, avvocati, tassisti, etc.), soprattutto in tema di liberalizzazioni. Proteste di questo tipo non possono essere sottovalutate perché probabilmente testimoniano la difficoltà delle diverse corporazioni italiane ad adeguarsi a nuove prospettive .
Nella vicenda degli autotrasportatori comunque il Governo nazionale sembra essersi comportato in modo ben diverso dai rappresentanti delle istituzioni siciliane. La protesta è stata considerata subito un tema di ordine pubblico e le forze dell'ordine hanno prontamente mostrato "la faccia dura", riducendo i disagi per i cittadini.
E' altresì significativo che la protesta degli autotrasportatori è stata condannata fortemente dalla popolazione italiana; i manifestanti hanno intuito abbastanza presto che le loro proteste erano notevolmente "sgradite" alla cittadinanza ed hanno rapidamente rimosso i posti di blocco.
E' chiaro che i segnali delle contestazioni di questi giorni non possono passare inosservati perché c'è il rischio che episodi simili possano ripetersi in Italia ed in Sicilia. E' sotto gli occhi di tutti la crisi del vecchio blocco politico-economico-sociale e, all'orizzonte, non se ne individua un altro alternativo.