Perché è importante non sperare nella fine del federalismo
Con la pubblicazione degli ultimi due Decreti Delegati – quello in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio di Regioni, Province e Comuni e l'altro concernente i meccanismi sanzionatori e premiali relativi a Regioni, Province e Comuni – si è completata la prima fase dell'attuazione della legge 42/2009 in tema di federalismo fiscale. Sono stati approvati ben 8 Decreti Delegati che sviluppano le diverse norme della 42/2009; quest'ultima peraltro è una legge-delega, cioè una normativa di soli principi, che richiedeva l'adozione dei Decreti Delegati per un'effettiva attuazione. Tuttavia, neanche una gran parte delle disposizioni dei Decreti Delegati risulta essere immediatamente esecutiva e vi sarà bisogno di tanto tempo o di altre normative per permetterne un'effettiva realizzazione.
Nel frattempo si è acuita la crisi della finanza internazionale e lo Stato è stato costretto a varare ben due manovre di correzione dei conti pubblici nel corso dell'estate 2011. Tali interventi finanziari si aggiungono alla finanziaria 2011 che aveva già prodotto sostanziosi tagli ai trasferimenti statali nei confronti delle Regioni e dei Comuni. È dunque profondamente cambiato il quadro economico di riferimento rispetto al maggio 2009 quando fu approvata la legge 42 sul federalismo fiscale. Tutto ciò richiede, probabilmente, un ripensamento dell'intero processo: le Regioni ed i Comuni, dopo i tagli operati dallo Stato, saranno costrette a ridurre i servizi ai cittadini ed è elevato il rischio che molte disposizioni dei Decreti Delegati rimangano inapplicate.
Come conseguenza delle tre manovre del Governo nazionale, gli enti locali dovrebbero ricevere i seguenti tagli: nel 2012 6.000 milioni di euro. Questi tagli riguardano le regioni (per 3600 milioni), i comuni (per 1700) e le province (per 700), anche se queste cifre potrebbero ridursi con gli introiti della Robin Tax, che, secondo le previsioni del Governo, dovrebbero produrre un ricavo di un miliardo e 800 milioni. Le entrate della Robin Tax servirebbero soprattutto a rendere meno pesanti i tagli ai Comuni. Mentre nel 2013 e nel 2014 i tagli dovrebbero essere pari a 6400 milioni di euro l'anno (3600 milioni per le regioni, 2000 per i comuni, 800 per le province).
Con queste premesse è difficile ipotizzare la "sorte" di molte disposizioni dei Decreti Delegati. Tra le competenze dei diversi enti le prime ad essere "colpite" dovrebbero essere il trasporto pubblico locale di competenza regionale ed i servizi assistenziali erogati dai Comuni.
È chiaro che uno dei principi cardine della legge 42/2009, secondo cui l'intero processo federalista avrebbe dovuto comportare una riduzione della pressione fiscale sui cittadini, è "saltato" e si prevedono notevoli aumenti della tassazione sia a livello regionale che comunale. In base ad un recente studio dell'Anci – Sicilia, ad esempio, nel 2012 i Comuni siciliani, a seguito delle manovre Tremonti, dovranno ridurre i loro bilanci di 612 milioni di euro nel solo 2012 con un costo medio procapite di 134 euro (in Italia la riduzione pro-capite sarà di 128 euro!).
È facile prevedere che molti comuni isolani per potere approvare i relativi bilanci saranno costretti ad incrementare la tassazione locale; ad esempio l'Irpef comunale nell'Isola aumenterebbe mediamente di 3 punti percentuali ma in alcuni comuni, come Palermo, dovrebbe passare nel corso di poco tempo dall'attuale 0,4% allo 0,8%, cioè il "massimo consentito" .
Questa situazione probabilmente farà aumentare il numero dei critici del federalismo fiscale perché il processo presenterà sempre maggiori difficoltà applicative; alcuni commentatori prevedono che il percorso federalista si "arenerà" lasciando inalterata l'attuale situazione. Tale tesi appare semplicistica ed un po' superficiale.
È da premettere che lo Stato con l'emanazione degli otto Decreti Delegati ha sostanzialmente dato attuazione alla legge 42/2009 e ha delineato una nuova struttura dei rapporti fra Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, ai sensi del nuovo Titolo V della Costituzione ed in particolare dell'articolo 119 della Costituzione.
A decorrere dalle date indicate dai Decreti Delegati - che costituiscono leggi a tutti gli effetti - scatteranno le disposizioni previste tranne che lo Stato non si assuma la responsabilità di rinviarne l'applicazione; rimarrebbero privi di regolamentazione i rapporti finanziari fra lo Stato e le autonomie locali "rivoluzionati" dalle nuove normative sul federalismo fiscale e dalla cui applicazione dovrebbero derivare ingenti risparmi per la finanza statale.
Oltre alle motivazioni di ordine giuridico, non possono rimanere "disattese" le ragioni di carattere economico-sociale che sottostanno alla legge 42/2009 sul federalismo fiscale.
I fautori della riforma federalista hanno sostenuto che il Nord "efficiente e produttivo" non può più farsi carico del Sud "sprecone ed inefficiente"; pertanto è necessario incentivare la responsabilità degli amministratori meridionali ad utilizzare, prevalentemente le risorse prodotte nei loro territori senza "confidare nel salvagente" dei trasferimenti statali.
Si può affermare che la legge 42/2009 ed i relativi Decreti Delegati sono serviti ad intercettare le "spinte secessioniste "presenti nel Nord del Paese. Il "fallimento" di questo processo legislativo potrebbe riaprire tali tendenze come ha sostenuto recentemente qualche esponente politico.
Con una pressione nominale del 43,2% ma con una pressione fiscale effettiva sui contribuenti fedeli al fisco pari al 52% (dati Istat), in considerazione dell'elevata evasione esistente in Italia, molti territori regionali potrebbero richiedere maggiori forme di federalismo differenziato, come previsto peraltro dall'articolo 116 della Costituzione e come sollecitato ripetutamente da alcune Regioni del Nord (esempio Lombardia) nella scorsa legislatura regionale.
Nel 2009, il Pil procapite lombardo è stato quasi il doppio di quello campano, la Calabria ha esportato l'1% del Pil contro il 27% dell'Emilia Romagna; quest'ultima Regione presenta un tasso di occupazione del 68,5% mentre la Campania è ferma al 40,8%. I depositi bancari medi per famiglia in Lombardia sono quasi tre volte quelli registrati in Calabria; in quest'ultima area del Paese la soglia di povertà investe il 27,4% delle famiglie mentre in Emilia vi sono ricompresi solo il 4,1% dei nuclei familiari (dati Confindustria).
Con tali significative differenze fra le diverse Regioni importanti organismi e commentatori sostengono che l'unico modo per bloccare spinte autonomistiche "ingovernabili" sia quello di attuare l'articolo 116 della Costituzione con forme di federalismo differenziato. Peraltro molti esperti per ridurre la spesa pubblica ritornano alla "vecchia" ipotesi di abolire le attuali Regioni speciali anche perché, a loro giudizio, secondo il nuovo Titolo V, tutte le Regioni dovrebbero essere considerate speciali.
In base ai piani di finanza pubblica 2009-2011, Sicilia, Sardegna, Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli Venezia Giulia avrebbero ricevuto dallo Stato 32,3 miliardi di euro l'anno. Queste cinque Regioni, dove abita il 15% della popolazione italiana, otterrebbe il 29% dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni. Ciascuno dei 9,1 milioni di abitanti residenti nelle Regioni speciali riceverebbe 3.540 euro di trasferimenti mentre il cittadino delle Regioni ordinarie si dovrebbe accontentare di 1.530 euro.
I sostenitori di queste tesi (es: economisti, giuristi, rappresentanti della Confindustria) rilevano che non esisterebbero più le condizioni storiche che portarono alla creazione delle Regioni speciali. Pertanto il maggiore trasferimento dal centro a queste Regioni "privilegiate", ammontante attualmente a 18,3 miliardi di euro, non ha più motivo di esistere. Tra spinte "secessioniste" e richiesta di soppressione delle Regioni speciali si potrebbe realizzare il "sogno segreto" coltivato da alcuni rappresentanti delle Regioni del Nord di ricongiungersi con le aree dell'economia forte del Nord Europa, lasciando che le Regioni del Sud facciano riferimento alle aree più povere del Mediterraneo.
La legge 42/2009 sul federalismo fiscale ed i relativi Decreti Delegati, pur con notevoli limiti e contraddizioni, potrebbe rappresentare l'ultimo significativo tentativo per tenere unita l'Italia; coloro che sperano nel "fallimento" del processo federalista (assai presenti in Sicilia!) potrebbero "rimpiangere quest'occasione perduta" che permetterebbe di correggere alcune storture della spesa pubblica senza "intaccare" principi fondamentali come l'unità del Paese, la solidarietà fra le aree forti e deboli dell'Italia ed infine la specialità di alcune Regioni di frontiera.